Nodo: Complessità, di Attilio Meliadò

 

Nodo_Complessità

          (Pensiero di carità)

È una tendenza connaturata alla nostra mente quella di definire in enunciati lineari, semplici ed esatti i dati e le analisi di ogni indagine che a noi interessa. La comprensione (dal lat. cum-prehendere) risponde ad un bisogno arcaico di sicurezza che elimini ogni distinzione superflua o ambiguità che possa ingenerare incertezza ed esitazione nell’agire e porre così a rischio la possibilità di ogni nostro controllo del reale. Ogni comprensione ha in sé, consapevole o meno, un’istanza di potere che assicuri la prevedibilità ed il governo della realtà.

Lo sviluppo del pensiero umano, dalla filosofia alla scienza, pare allora obbedire al desiderio di eliminare per sempre la paura dell’ignoto, di ridurre il non-visto al pre-visto, di trasformare il vuoto in pieno, l’assenza in presenza.

“Dalla morte, dal timore della morte – dice bene F. Rosenzweig – prende inizio e si eleva ogni conoscenza circa il Tutto. Rigettare la paura che attanaglia ciò che è terrestre, strappare alla morte il suo aculeo velenoso, togliere all’Ade il suo miasma pestilente, di questo si pretende capace ogni vero pensiero ”.

Come dire che il pensiero si carica di una istanza di salvezza che mai potrà soddisfare, ma che di ciò sempre si anima la ricerca del suo impossibile desiderio.

A questa illusione tuttavia sembra soggiacere il pensiero quando, nella semplificazione, pretende di poter rendere conto del tutto, e sfuggire così al dolore ultimo che l’assilla.

La semplificazione diviene lo strumento-principe e giustificabile cui generalmente noi ricorriamo per rendere illusoriamente decifrabile ciò che ci circonda, senza del quale il mondo d’intorno sarebbe un groviglio infinito e indefinito che “sfiderebbe la nostra capacità di orientarci e decidere le nostre azioni” (N. Luhman).

La semplificazione sarebbe un’utile ipotesi di lavoro qualora fosse riconosciuta come tale e non fosse scambiata presuntuosamente per la realtà su cui tutti, e ognuno contro tutti, credendo di com-prenderla ne coltivano il desiderio di poterla governare. Sennonché la realtà è invero “complessa” e il pensiero più adeguato per essa non potrebbe che essere altrettanto complesso.

Riconoscere allora che la semplificazione della realtà è solo un’operazione mentale compiuta dal soggetto per sfuggire a quella grande paura, per lenire quell’angoscia interiore di fronte alla vita, al buio e alla morte, riconoscere che il semplificare è un nostro meccanismo di difesa come altri, legittimo in quanto tale, significherebbe smorzare l’orgogliosa presunzione di credere che la realtà che vediamo e che crediamo di comprendere sia l’unica verità di cui andiamo in cerca e che essa sia preesistente là fuori di noi e non dipenda invece dalla rete di significato che abbiamo costruito per descriverla proprio al fine di dimenticare quella arcaica paura che ci ha mossi.

Se considerassimo, rispettandola, questa tendenza del soggetto alla semplificazione, dovremmo intenerirci per questa nostra debolezza e sviluppare insieme una inedita  “carità cognitiva” che sarebbe indispensabile premessa di una auspicabile forma di “solidarietà e tolleranza politica” nel senso più alto del termine, in cui sofferenza e pensiero accomunerebbero l’umanità  nel suo infantile quanto tenero tentativo di stornare e difendersi da quell’ “irreparabile” cui non è dato sfuggire.

Lo sgomento che oggi l’uomo prova di fronte alla complessità e indecifrabilità del mondo, al senso di precarietà che invade le nostre vite e alla sofferenza iscritta nei volti dell’uomo è forse un’occasione da cogliere per un inizio di esercizio del  “pensiero della carità”  antropologicamente radicato.

La “complessità”, cifra del nostro tempo, è forse questo labile segno di “carità” che si augura possa non ripiegarsi ancora nella sua impietosa “semplificazione”.

                                                                                                                                                           A.M.

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